John Lennon divo e uomo nell’omaggio dell’European School of Economics e di Chinaski Edizioni
Il mondo conosce John Lennon.
Con o senza i Beatles, prima o dopo il matrimonio con Yoko Ono, prima o dopo la morte, è da sempre oggetto di studi e celebrazioni. Non c’è individuo che non abbia un’idea di lui, della sua comunicazione, del suo impegno per la pace e l’armonia universale. Non c’è musicista che non apprezzi la sua discografia e non riconosca il suo ruolo nell’evoluzione del gusto musicale moderno.
I contributi sui Beatles si moltiplicano al ritmo di 60-80 pubblicazioni all’anno. John Lennon è – da più di trent’anni, ormai, da ben prima della scomparsa – un’icona, un principio, un’entità immateriale. Cosa può esserci, ancora, di non detto? Cos’è stato trascurato, nelle tante analisi del Lennon opinion leader, movimentatore di folle, poeta rivoluzionario, artista-specchio della coscienza collettiva? Probabilmente, proprio quel che attiene alla sua umanità, alla sua concretezza, alla sua fisicità. I limiti, le colpe, le contraddizioni dell’uomo di carne e sangue. Sicuramente (e questo riguarda, in particolare, i testi pubblicati in Italia), non si può conoscerlo pienamente se alcuni degli aspetti più ingombranti e controversi della sua biografia vengono sistematicamente sottovalutati o taciuti.
È al Lennon uomo che l’European School of Economics di Roma, in occasione del trentesimo anniversario della morte, ha rivolto – nella giornata del 4 dicembre 2010 – un particolare tributo. Una celebrazione/evento – introdotta da Stefano Piccirillo di Radio Kiss Kiss e Matteo Silva, fondatore di Amiata Records e coordinatore di ESE Music Department – dedicata non solo all’“anima rock, roboante ed eclatante dei Beatles”, ma anche al Lennon più inconsueto, inquieto, istintivo, contraddittorio. Un uomo senza il quale – per Rolando Giambelli, fondatore dei Beatlesiani Associati d’Italia – “il mondo sarebbe stato grigio”, ma che “diventando troppo grande, come tutti i grandi, ha causato la propria fine”. Un uomo conteso tra debolezze private e vita pubblica, capace di un uso sapiente dei mezzi di comunicazione, ma in perenne ricerca di sé, sempre fatalmente combattuto tra la “terapia dell’urlo” ed il “voto del silenzio”.
Sullo schermo, filmati d’epoca e ricostruzioni cinematografiche degli anni della sua adolescenza. Nel 1970 John Lennon canta “I don’t believe in Bible”, polemizza col Cristianesimo (sue le parole “Oggi un sedicenne è più interessato ad un poster che ad un crocefisso”, ricorda il giornalista Michelangelo Iossa ) e progetta di vivere a New York, il centro del mondo moderno. Per ottenere il consenso del pubblico americano si concede continuamente, poi si eclissa – a partire dal 1975 – per un intero quinquennio. Nel 1966 il suo genio provocatore gli vale già le prime attenzioni dell’FBI. Ogni sua manifestazione esterna ha rilevanza pubblica, ogni sua dichiarazione si carica di significato. Traspaiono i sintomi di un conflitto irrisolto, la logorrea delle ultime interviste, le sregolatezze dell’ego e della vita sessuale, le tracce dell’ipocrisia che gli sarà contestata dai giornali, prima, e dal suo assassino, poi.
È il quadro, chiaroscurale e complesso, tratteggiato da Joe Santangelo, autore di Shoot Me! – Le verità dell’omicidio Lennon (Chinaski Edizioni, 2010, presentato in anteprima), in una ricostruzione puntuale e backward della morte e della vita del musicista. Un romanzo documentale – il primo mai realizzato – nel quale gli episodi biografici, le dichiarazioni, i documenti ufficiali ed i tempi dell’omicidio parlano da sé (quello nel sottotitolo, dice Santangelo, è un “genitivo soggettivo”), per descrivere il tragico incontro avvenuto tra John Lennon e Mark David Chapman* la sera dell’8 dicembre 1980. Il Lennon adolescente che perde per due volte la madre, il Lennon padre confuso ed inadeguato, il Lennon compagno e discepolo di Mother Yoko muovono tutti verso il terribile appuntamento finale, stretti in una responsabilità pubblica opprimente ed abnorme, inconciliabile con il pieno – e tanto ricercato – equilibrio emotivo.
Senza “togliere attenzione alla musica” – come chiede Dario Salvatori – si può ricordare, comprendere ed amare il Lennon uomo. La stessa idealizzazione della sua figura – perpetuata da giornalisti e fan – esige che oggi, a trent’anni di distanza, si recuperi su di lui uno sguardo limpido ed obiettivo. Caduto il velo della perfezione, si apprezzano ancora di più la sensibilità della persona e la grandezza dell’artista. Lo suggeriscono anche le parole di un giovane Paul McCartney, citato da Iossa: “Non trasformatelo in un Martin Luther Lennon, perché lui non l’avrebbe voluto.”
di Cristina Scatolini
*nota: La foto ad inizio articolo ritrae John Lennon e il suo assassino Mark David Chapman, ed è stata scattata la sera dell’8 dicembre 1980
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