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Le “follie” del Burlesque

Burlesque_specialDal teatro-parodia alla replica vintage

Non solo “piume di struzzo” quando dalla seconda metà dell’800 all’era censoria del proibizionismo, fino alla liberazione sessuale della donna, un certo “genere” di spettacolo, un caotico apparato di sofisticate e ardite scenette, si proponeva quale mix aggressivo di ironia, comicità, satira sociale ed erotismo soffuso, era la golden age del cosiddetto Burlesque.

Tuttavia, ecco dagli anni ’60 in giù arrivare l’ultima vera colonizzazione, l’era della massificazione del pensiero e dei melting pot culturali. La contemporaneità fast food sta trasformando ora il Burlesque ed i suoi “costumi” in un culto kitsch, in una riesumazione frivola e ammiccante, prona alle tendenze imposte dal libero mercato (dei corpi). Il Burlesque è diventato dagli anni ’90 ad oggi un prodotto di intrattenimento che vira spesso ad un porno-soft travestito da spogliarello vintage, che omaggia gli anni ’20 nelle cotonature generose e nei pasties (i micro bottoni) applicati ai capezzoli delle dive protagoniste, ma ricorda solo superficialmente i fasti e i simboli del burlesque originale, nonostante personaggi come Dita Von Teese sembrino riportalo in auge ad ogni apparizione. Ma le trombe catodiche incorniciano soltanto il volto recente del burlesque, creatura antica nell’etimologia. Palesemente vicino al nostro “burla”, in lingua inglese “burlesque” significa parodia, riproduzione canzonatoria. Poeti e romanzieri inglesi ne fecero proprio tratto distintivo sin dal 1300 sia nello stile che nei contenuti. Dai racconti di Chaucer ai drammi di Sheridan fino ai romanzi di Thackeray e Fielding, il Burlesque invase nell’800 i teatri inglesi, impazzando nel periodo vittoriano, fino ad approdare sulle fertili coste statunitensi. Sulle tavole del palcoscenico il Burlesque ricalcava e derideva le abitudini degli aristocratici e dei nuovi ricchi, i vezzi e i modi dei boriosi industriali. Si trattava di spettacoli “per i poveri”, per un pubblico di adulti alla ricerca di un divertimento non eccessivamente disimpegnato, a metà strada tra le geometrie immediate del vaudeville e gli artifici del circo, con gli equilibrismi dei comici e le danze, inizialmente di puro contorno coreografico, di fanciulle disinibite e poco vestite. Sin dalle prime performance teatrali il Burlesque si misurò dunque su due fronti, in una fusione che nel corso dei decenni è sfumata sino a scomparire: la trovata satirica slapstick e le movenze di donne discinte, spinte ma condite da lazzi con gli altri attori e battute mordenti rivolte direttamente al pubblico. Trascinandosi dietro gloria e fama scandalosa i primi burlesque sbarcarono a Brodway diffondendone l’epidemia nella Grande Mela, che divenne faro ed attrazione peccaminosa. In pochi anni i produttori compresero il valore intrinseco della “presenza” femminile, scarnificando le trame e dando più spazio alle attrici-ballerine in calza maglia (come quelle del celebre show “The Black Crook”). Star incontrastata di New York fu Lydia Thompson. Il suo show “Ixion”, apparecchiato poi sulle tavole di Chicago, New Orleans, Cincinnati, la rese immortale insieme alla sua compagnia, le British Blondies. Non si eseguivano ancora spogliarelli e molto ambito era l’elemento esotico, come gli ancheggiamenti della danzatrice del ventre armena Little Egypt. Fino al 1920 tra i dominatori della scena burlesque i fratelli Minsky portarono alla ribalta Mae Dix e la strategia sempre più spinta delle allusioni sessuali. Mentre molte donne, sull’esempio della Thompson divennero artiste a tutto campo e veri cervelli del burlesque, con il proibizionismo il genere fu bandito e molti comici autori, tra i quali Bob Hope, ripiegarono sulla radio o sul cinema. Ma fu soltanto un letargo, dopo il quale il burlesque cambiò definitivamente aspetto, diventando mera parodia autoreferenziale, non più agganciata alla realtà cogente, dove le strip-teaser combinavano balli seducenti e costumi creativi, padroneggiando con leggerezza e scherno i propri corpi proiettandosi nella vendita di sé. Dopo la vampata di successo degli anni ’40-’50, nel ’65 pullularono i go-go club, tana del burlesque, ultimo avamposto contro le promesse allettanti dei film a luci rosse. Al burleque restava il revival, come nello pseudo rinascimento che sta vivendo oggi, dopo venti anni di oblio. Torna di moda la sinuosa Bettie Page, icona del burlesque fetish, ora un must, nonostante l’attrice non abbia mai calcato scene teatrali. Rivalutato dal nostro mercato dell’usato culturale, molto cool tra i sedicenti raffinati, il burlesque, sospinto da Dita Von Teese e le sue coppe si champagne e lustrini, dalla burrosa Dirty Martini, dalle Pontani Sisters e le altre, si duplica in festival, riviste, film (vedi il prossimo parto di Cristina Aguilera), programmi televisivi, night club per snob. Imita se stesso in copie del look e delle esibizioni degli albori, o ibridando musica jazz e gothic, o forme punk e parrucche clownesche e multicolor, debordando nella vacuità suprema. La donna strega, fattucchiera, fatina pop-porno che inneggia ad una trasgressione fasulla, è in verità di nuovo esca di una furbissima industria. Il burlesque del 2000 può sconfinare nell’arte solo se riesce a trovare la strada della performance di neo avanguardia, che sfidi i generi e squarci la tela, che rivisiti concettualmente, con i suoi “strumenti”, un’intera way of life.

 

di Sarah Panatta

 

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Svevo Ruggeri
Svevo Ruggeri
Direttore, Editore e Proprietario di Eclipse Magazine