Cabin Fever lo ha identificato immediatamente come un autore splatter, ma è l’imprevisto successo di Hostel ad incoronarlo come uno dei più interessanti registi horror.
Come è iniziata l’avventura di questo piccolo film nel film?
L’esperienza fatta precedentemente con Grindhouse mi ha aiutato a sostenere questa sfida. Se ci pensate è molto interessante che in questo progetto ci sia un regista non ebreo che parla di ebrei ed uno ebreo che racconta i nazisti. Comunque nella sceneggiatura originale erano previsti solo due piccoli fotogrammi che dovevano mostrare il film, ma alla fine tutto è cambiato. Dovevo trascorrere sei mesi a Berlino e c’era veramente poco tempo per realizzare il film e portarlo al Festival di Cannes, così ho offerto a Quentin tutta la mia disponibilità per girare. In un solo giorno sono riuscito a presentare ben 130 diverse costruzioni di inquadrature. Volevo ricreare il senso di grandezza tipico dei film di propaganda dell’epoca, quindi non ho fatto altro che aggiungere svastiche. Ho ragionato come se dovessi impressionare il Fuhrer e credo di essere riuscito nello scopo. Quando ho proiettato il film alle 300 comparse vestite con i loro costumi di scena e calati nei loro personaggi, hanno cominciato ad urlare ed inneggiare ad Hitler. Debbo dire che in quel momento ho avuto un attimo di panico.
Inglourious Basterds racconta la resistenza al terzo Reich ma anche la reazione violenta dei soldati americani. Vi aspettate delle polemiche a questo riguardo?
No, non credo. Il film è chiaramente una favola non collegabile con fatti storici reali. Credo che il cinema abbia registrato film come Platoon e Apocalpse Now dove viene mostrata chiaramente e realisticamente tutta la violenza brutale della guerra. Inglourious Basterds può agire sull’immaginazione del pubblico e portare le lancette indietro, facendo riflettere le nuove generazioni su quello che si sarebbe potuto fare per evitare l’11 settembre, ad esempio, o su come stroncare la nascita di un neonazismo.
Il cinema è abituato a dipingere il popolo ebraico come vittima della Shoa. Nel caso di questo film però la “vittima” si arma ed impone il terrore tra l’esercito tedesco. Lei viene da una famiglia ebraica, come ha vissuto questo cambiamento narrativo?
Onestamente è diventata quasi una barzelletta il fatto che il cinema, che oltretutto è prodotto in maggioranza da ebrei, ci mostri sempre come delle vittime designate. Credo che sia giunto il momento di cambiare la percezione delle cose. Non posso negare però che questo film mi ha regalato un momento di grande intimità con le mie origini. I miei nonni erano ebrei polacchi di Kiev. Sono cresciuto con dei genitori che non facevano che ricordare la mia fortuna nell’essere nato e cresciuto negli Stati Uniti, ossia libero e al sicuro. Eppure quando ero molto piccolo non riuscivo a capire per quale motivo un numero così grande di persone avesse vissuto passivamente tutte queste violazioni umane senza reagire. Solamente in seguito ho compreso come il sistema di ghettizzazione e di vergogna avesse instaurato una paura passiva.
Lei condivide una tra le scene più esilaranti del film con Christoph Waltz. Com’è stato confrontarsi con un “cattivo” così insolito eppure terrificante?
Credo che la sua sia la performance migliore di tutto il film. Quentin aveva dichiarato fin dall’inizio che se non avesse trovato l’attore giusto per il personaggio del colonnello Hans Landa, non avrebbe fatto il film. Pensate che sul set dovevamo temerlo realmente per rendere tutto più verosimile. Nella scena all’interno del cinema, quando ci fingiamo italiani, noi non eravamo affatto consapevoli che ci avrebbe risposto in un italiano perfetto. Questo ci ha stupito e destabilizzato un po’ durante la ripresa ma siamo andati avanti come se niente fosse. In pratica nessuno di noi ha avuto la possibilità di provare con lui se non l’attore che interpreta il contadino nella scena iniziale.
Dopo aver diviso questa avventura con Tarantino lei tornerà sicuramente al ruolo che preferisce, ossia quello di regista horror. Quali sono i suoi progetti?
Per prima cosa c’è il progetto di Cell, più fantascientifico che horror, ma dopo voglio dedicarmi ad un film grondante di sangue. E forse troverò un ruolo anche per Tarantino, sicuramente gli darò una buona morte. Pensandoci, potrei rendere Thanksgiving un progetto seriale. Mi divertirei a presentare in ordine sparso le varie edizioni senza una precisa sequenza temporale. Il pubblico non se ne accorgerebbe nemmeno visto che si tratterebbe soprattutto di una vera e propria mattanza.
di Tiziana Morganti