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In concorso: Kill me please

Kill_me_please_1Humour e suicidi per uno dei film più attesi a Roma

Prendere in giro il suicidio non è assolutamente una cosa facile.

Quando nel farlo si utilizzano una correttezza e un’eleganza tali da lasciarci liberi da qualsiasi senso di colpa, allora può scappare anche qualche bella risata. Kill me please, del francese Olias Barco, è una commedia nera ambientata in una clinica belga dove chi è veramente disperato può recarsi per chiedere di poter usufruire del suicidio assistito. Un ultimo desiderio che il dottor Kruger esaudisce con estrema professionalità cercando anche di accontentare chi desiderasse morire in maniera originale. La clinica, una bella villa immersa nella foresta, è abitata dai suoi “pazienti” piuttosto bizzarri, egoisti e soprattutto disperati. Un gruppo di persone che viene suo malgrado costretto a scontrarsi con i malumori del villaggio che li ospita.

Grazie alla scelta del bianco e nero, utilissimo per sottolineare i contrasti di luce dati dal paesaggio imbiancato, Barco realizza un film eccellente, con una sceneggiatura piena di personaggi eppure per nulla affollata. Un ensemble di caratteri da riprendere nelle loro imperfezioni purificati da una fotografia che illumina e impietosamente li rende veri e vulnerabili. Questa verità viene messa in risalto da un cast attoriale di tutto rispetto, impossibile da gestire eppure efficacemente messo in scena. Gli attori riescono, infatti, a non trasformare in macchietta il loro personaggio, né di stereotiparlo, ma di sottolineare un tic, una caratteristica fondamentale, senza che questa prenda il sopravvento sull’interpretazione.

Malgrado il tema così delicato, Kill me please riesce ad ironizzare sulle piccole stranezze degli aspiranti suicidi giungendo in maniera improvvisa ad una parte finale assolutamente delirante. Nella sua comicità e nella sua follia, la pellicola propone alcune riflessioni importanti: chi può desiderare il suicidio? Come si può rendere dignitoso un momento così irreversibile? Sono domande (e relative risposte) che tutti ci poniamo cercando, però, di scaricare le nostre coscienze addossando le responsabilità delle nostre scelte sulla legge o sui medici. Kill me please rende questa eventualità vera e ci dimostra che anche in condizioni di totale leggitimità, il sucidio è qualcosa di cui non si può discorrere lucidamente se non sforando nell’assurdo. Un film attesissimo dalla critica al Festival del Film di Roma che si appresta sicuramente a diventare uno dei contendenti all’ambito Marc’Aurelio.

Di Roberto Pagliarulo