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Paolo Sorrentino racconta il suo nuovo film in una intervista-conferenza

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Paolo Sorrentino racconta il suo nuovo film in una intervista-conferenza

Paolo Sorrentino

Presentazione di This Must Be the Place

In occasione dell’uscita di This Must Be the Place, firmato da Paolo Sorrentino, si è svolta presso la Casa del Cinema a Roma la conferenza stampa alla presenza del regista, del co-sceneggiatore Umberto Contarello, di Carlo Rossella per Medusa, di Nicola Giuliano per Indigo Film e di Andrea Occhipinti per Lucky Red.

Nel nuovo film di Sorrentino David Byrne– leader dei Talking Heads amatissimo dal nostro – non solo ha scritto le musiche della band The Pieces of Shit ma compare anche in un cameo. A proposito del rapporto collaborativo avuto con David e delle influenze registiche del cantante sulle scelte filmiche, Sorrentino si esprime così: «C’è stata una dittatura musicale sua nei miei confronti. Apprezzo il suo lavoro registico e, visti i numerosi riferimenti cinematografici e letterari su cui si muove il mio film, potrebbero esserci dei collegamenti anche ai suoi lavori». Un momento difficile del film è stata la gestione del live del cantante, quando la scenografia si ribalta e passa al di sopra del palco e del pubblico. «L’idea della scenografia mobile è mia, cercavo un’idea che si sposasse con gli spettacoli di David. David voleva registrare dal vivo ed è stato complicato creare un meccanismo silenzioso. Contrariamente all’isteria degli spettacoli musicali live, io ho preferito un lungo piano sequenza per dare il giusto risalto alla musica».

Quando il protagonista Cheyenne, uno Sean Penn versione Robert Smith, parte per dare l’estremo saluto al padre, il film incontra il tema dell’Olocausto. «This Must Be the Place non è un film sull’Olocausto. Si muove su quello sfondo e racconta fatti relativi a quel momento. Dal mio punto di vista l’Olocausto è il più grande ventaglio di osservazione sul comportamento umano e sulle sue possibili degenerazioni. Il mio lavoro si approccia al tema dando un piccolo apporto, non vuole e non può essere esaustivo. E’ difficile trovare una spiegazione univoca alle motivazioni dello sterminio. Il punto di vista di Cheyenne è quello di un ‘analfabeta’ che sa poco o niente dell’Olocausto. Preferisco le storie che non affrontano una sola tematica, infatti in questo film ho voluto raccontare molte cose: sullo sfondo di una delle più grandi tragedie del Novecento si staglia il rapporto incrinato tra padre e figlio, si racconta la musica, prende corpo il desiderio di raccontare un personaggio come Cheyenne. Il film risulta diviso in due segmenti diversi che convivono nello stesso film».

Sorrentino ha girato per la prima volta in America passando per New York, Detroit, Michigan e New Mexico. Cheyenne, ex rockstar trapiantata a Dublino, ritorna in America da estraneo e il suo sguardo ricalca la stessa estraneità ai luoghi del regista. «Il lavoro svolto con Penn ricalca in linea di massima quello che ho fatto in precedenza con altri attori. La variante è che vedendolo lavorare hai la sensazione che lui è in grado di fare tutto, il che apre degli scenari pericolosi perché pensi di poter osare e che lui ti seguirà. In sceneggiatura il personaggio era già molto definito, ma Sean ha comunque portato moltissimo perché ha la capacità di lavorare sui dettagli. La voce in falsetto, ad esempio, è una sua trovata, come anche il modo di camminare che ricorda, secondo Sean, le movenze dei ricchi che si sentono in colpa della loro condizione. Avevamo pensato a un parlare rallentato da cui sarebbero scaturiti momenti di comicità, per il resto ha deciso tutto Sean e a me è piaciuto».

Sorrentino rivendica l’italianità del film: «Questo film è a tutti gli effetti italiano: produttore, sceneggiatore, direttore della fotografia e quasi tutta la troupe sono italiani. Questo basta per farne un film italiano. This Must Be the Place è stato venduto in tutto il mondo con la sola esclusione della Cina. Questo significa che il nostro cinema può essere esportato all’estero».

di Francesca Vantaggiato