The woman in black, horror gotico in uscita il 2 marzo
La leggendaria casa di produzione britannica Hammer, nata nel ’34, ha prodotto un vasto numero di film di successo nel corso degli anni (soprattutto intorno agli anni Settanta) tra cui Dracula, Frankenstein. Cessata la produzione dagli anni ’80, la Hammer ha segnato il suo ritorno al cinema nel 2010 con la distribuzione dell’acclamato Let me in (Blood Story), un adattamento del tanto lodato film svedese, con protagonisti Chloe Moretz e Kkodi Smit-McPhee. E quest’anno ritorna nelle sale con il film The woman in black, tratto dal famoso e omonimo romanzo di Susan Hill, adattato da Jane Goldman e diretto da James Watkins. Romanzo talmente apprezzato e riuscito da essere diventato film per la televisione, una serie radiofonica e un’opera teatrale prima di raggiungere il grande schemo.
Il giovane avvocato londinese Arthur Kipps (Daniel Radcliffe) è costretto a lasciare suo figlio di tre anni per recarsi nel remoto villaggio di Crythin Gifford dove deve sbrigare delle questioni legali per la proprietaria di Eal Marsh House, recentemente deceduta. Non appena arriva nella sinistra e diroccata villa, scopre oscuri segreti nel passato degli abitanti del villaggio e il suo senso di disagio aumenta quando gli appare una misteriosa donna vestita completamente di nero.
Daniel Radcliffe ha ricevuto il copione di The woman in black poco prima di ultimare le riprese dell’ultimo capitolo di Harry Potter e con questo film sperava di scrollarsi di dosso non solo occhialetti e cicatrice ma anche una delle saghe più famose e di successo degli ultimi tempi. Di fatto, però, come già successo proprio nella sopracitata saga, Radcliffe non brilla quasi mai nell’interpretazione dei suoi personaggi, tanto più che il ruolo di Arthur Kipps, giovanissimo vedovo, non l’aiuta minimamente visto che indossa quasi sempre un’unica ‘maschera’: quella della tristezza. Per non parlare poi delle ambientazioni gotiche e tetre e delle passeggiate in corridoi angusti che ricordano tanto il maghetto che, in un modo o nell’altro, scorrazzava per i corridoi di Hogwarts con bacchetta accesa a suon di “Lumus”. A parte la sua interpretazione sbiadita – e di tutti gli attori anonimi che l’accompagnano nel corso del film – la storia è comune a quasi tutti gli horror ma ben costruita e strutturata: si pone come un enigma al quale lo spettatore poco alla volta cerca di trarre una soluzione seguendo le vicissitudini del suo protagonista che è pur sempre un personaggio coerente e ben definito all’interno della trama. Le scelte registiche sono fortemente centrifughe, giocano molto sul si vede/non si vede ma si sente coi tipici scricchiolìi, rumori inquietanti, urla e carrillon che suonano all’improvviso e il tutto è accompagnato da un montaggio discontinuo e angosciante che accresce il senso di attesa e suspance. La fotografia e le scenografie contribuiscono enormemente al risultato finale: contrasti di bianchi e neri, la continua lotta tra bene e male, le luci livide o troppo forti e decidere di porre la casa “stregata” su un’isoletta raggiungibile solo tramite una strada che ogni notte viene sommersa dall’alta marea è uno stratagemma quanto mai azzeccato e doverosamente originale.
Di Francesca Casella